23.1.26

K825

# L’attuale stato della ‘settima arte’, il cinema in parole povere, è a mio parere talmente depresso che un giorno mi sono ridotto a guardare un film del 1971: “Morte a Venezia” di Luchino Visconti.

E’ un bel film, ed è fin troppo facile dire che di pellicole simili non ne fanno più. Il fatto è che mancano gli autori, anzi, se proprio gli si vuole trovare un difetto, è quello che si sente fin troppo la mano del suo autore, appunto; bisogna accettarlo com’è, con le lungaggini che il nostro ‘attention span’ da criceti addestrati sulla ruota di Internet può forse trovare superflue e ridondanti. Nessuno però penserebbe di abbreviare la Divina Commedia, ed anche quest’opera d’arte merita lo stesso rispetto.
La vicenda trattata è ben nota, derivando da un romanzo breve di Thomas Mann: durante il soggiorno al Lido di Venezia un anziano studioso di musica, Gustav von Aschenbach, rimane colpito dalla bellezza di un adolescente, Tadzio, ospite dell’albergo con la famiglia. L’iniziale ammirazione platonica si trasforma presto in desiderio, spingendo il fin qui irreprensibile professore in una spirale di degradazione che lo spoglia allo stesso tempo di dignità e salute. A Venezia infatti si sta espandendo una epidemia di colera, tenuta segreta dalle autorità per non danneggiare il turismo; di essa resterà vittima anche Aschenbach, mentre sulla spiaggia del Lido è intento a spiare l’oggetto del suo desiderio, il quale allo stesso tempo è il suo carnefice, avendolo trattenuto nel centro del contagio. 
Ancora una volta va in scena l’inestricabile ‘entanglement’ di Eros e Thanatos di cui si stava occupando Freud proprio nel periodo in cui uscì il romanzo (1912); ad esempio “Totem e Tabù” fu pubblicato nel 1913, “Tre saggi sulla teoria sessuale” nel 1905.
Dal punto di vista filosofico, il film si può considerare una metafora lunga due ore e passa del conflitto fra Apollo e Dioniso di cui parlava Nietzsche nella “Nascita della tragedia dallo spirito della musica”: il ragionevole, disciplinato professore dell’inizio del film, apollineo come pochi altri, viene travolto da un furore dionisiaco istigato dalla bellezza, dalla giovinezza e sprofonda nel suo irrazionale desiderio, cedendo al caos e infine alla morte.    

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