30.3.21

K556

# Una volta John Maynard Keynes, il grande economista inglese (1883-1946), ha detto:

Le idee degli economisti, così quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si ritenga. In realtà il mondo è governato da poche cose all’infuori di quelle. Gli uomini della pratica, i quali si credono affatto liberi da qualunque influenza intellettuale, sono spesso gli schiavi di qualche economista defunto.
 
Lui stesso è un perfetto esempio della verità contenuta in questo aforisma: pur essendo mancato nel 1946 le sue concezioni, esposte in maniera compiuta nella fondamentale “Teoria Generale dell'Occupazione, dell'Interesse e della Moneta” (1936), hanno dominato la dottrina economica e il dibattito politico per tutti i ‘trenta gloriosi' dal 1945 al '75, periodo caratterizzato da pieno impiego, bassa inflazione ed uno sviluppo economico che sembrava non conoscere limiti.
Ad inceppare il moto perpetuo fu il fenomeno della ‘stagflaction’, ossia l'insorgenza simultanea di stagnazione economica, colla conseguente disoccupazione di massa, ed inflazione monetaria. Divenne così evidente che le politiche keynesiane di sostegno alla domanda, attraverso l'intervento dello stato nell'economia e l'indebitamento pubblico, erano ormai inefficaci, se non controproducenti.
Guarda caso un economista, Milton Friedman (1912-2006), l'aveva previsto: secondo la sua teoria chiamata “monetarismo” esiste un tasso di disoccupazione ‘naturale’ che risulta incomprimibile da qualunque politica “demand-side”; l'unico risultato sarà di dar vita ad una spirale inflazionistica. Quando i fatti confermarono queste supposizioni, la sua “Chicago School of Economics” divenne il faro che orientava le politiche economiche dei governi, a cominciare da quello di Margaret Thatcher nel Regno Unito (1979) e di Ronald Reagan negli Stati Uniti (1980), presto seguiti in ordine sparso da tutti i paesi sviluppati.
Paladino della “supply-side economics”, Friedman era un feroce avversario dell'intervento dello stato nell'economia; è rimasto famoso il suo detto: “Affidate la gestione del Sahara ad un qualunque governo, e presto avremo scarsità di sabbia”. Le battute, però, non riescono ad occultare i problemi, ad esempio proprio la disoccupazione, che si pensò di spazzare sotto il tappeto con la famosa “deregulation”.
Basata sul paradigma della regolamentazione interna dei mercati, essa postulava che bastasse rimuovere gli ostacoli al loro funzionamento (ad esempio salario minimo, durata legale del lavoro, indennità di disoccupazione ecc.) per ritrovare spontaneamente un equilibrio che risulta essere il migliore possibile, nonostante qualche piccolo inconveniente come la crescita delle disuguaglianze in termini di reddito e perfino di dignità sociale.
Insomma, abbandonati in un colpo solo gli economisti classici più Marx e Keynes, la teoria e la politica economica ritornarono ai loro primordi, ad Adam Smith ed alla sua fantomatica, se non metafisica ‘invisibile mano del mercato’, coi risultati sotto gli occhi di tutti: crisi a ripetizione, impoverimento della classe media, precariato generale, aumento della disuguaglianza ad un livello da schiavitù della gleba.

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