24.2.15

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# Dopo l'assassinio di Cesare, poiché Ottaviano era ancora una figura scolorita e con poca più importanza di Lepido, il vero confronto si ebbe fra Bruto e Marco Antonio.
Disponendo di un progetto politico, Bruto avrebbe capito di doversi subito sbarazzare di Antonio, che aveva un seguito fra le legioni, come secondo in comando durante la guerra gallica; inoltre i suoi vizi lo rendevano paradossalmente ben visto dalla plebe, assai più delle stoiche virtù di Bruto. Invece gli permise di tenere il discorso funebre ai funerali di Cesare, di cui Antonio approfittò per sobillare gli astanti contro i congiurati, dando così inizio ad una trafila di eventi che si concluse con la fuga dall'Urbe di Bruto e Cassio; i due ripararono in Grecia, procrastinando solo la sconfitta definitiva.
E' anche vero che l'unica alternativa a disposizione di Bruto era assumere su di sè il potere che era stato di Cesare, ma proprio questo non poteva, anzi non voleva fare, o avrebbe rinunciato al ruolo di presunto liberatore per assumere quello di volgare assassino.
Nel "Giulio Cesare" Shakespeare ha espresso molto bene questo concetto; infatti, durante le esequie, Bruto dice: "As I slew my best lover for the good of Rome, I have the same dagger for myself, when it shall please my country to need my death." (Come ho ucciso il mio amico più caro per il bene di Roma, ho la stessa spada per me stesso, quando piacerà alla patria d'aver bisogno della mia morte. Atto III, Scena II)

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