14.9.21

K605

# Può essere un luogo comune, ma contiene un fondo di verità: per la cultura mediterranea, o, il che è lo stesso, nei paesi dove si parlano lingue neolatine è molto peggio risultare un cornuto che un puttaniere.
In Italia abbiamo un'applicazione di questo assioma veramente storica: quando Benito Mussolini, il quale peraltro aveva nei rapporti con le donne la stessa eleganza che probabilmente esibiva andando al cesso, scoprì che la moglie, Rachele, gli era stata infedele, ci rimase talmente male da attribuire a questo fatto, per lui, inconcepibile, l'insorgere dell'ulcera gastrica che lo tormentava con dolori insopportabili, come se lo pugnalassero al ventre. “Sono tornate le sciabole”, si lamentava durante gli attacchi della malattia.
Come confidò a Claretta Petacci, e lei riportò nei suoi diari: “Gli anni dal ’23 al ’27 mia moglie non può guardarli senza arrossire, e provare una profonda vergogna di sé.” A quanto pare la donna aveva trovato conforto dalle lunghe assenze del marito intrecciando una relazione con un certo Corrado Varoli; la consorte riuscì poi a convincerlo che si trattava solo di calunnie e malignità, ed egli accettò le sue spiegazioni, anche perché era costretto a fare buon viso a cattivo gioco: non poteva causare uno scandalo e separarsi dalla moglie proprio lui che aveva stipulato il Concordato colla Chiesa cattolica, e poi che figura avrebbe fatto acquistandosi la nomea di cornuto ? Senza contare che estromettere Rachele da Villa Torlonia, residenza del Duce degli italiani, poteva dimostrarsi più difficile che marciare su Roma; secondo quanto affermò sua figlia Edda: “Il vero dittatore, in famiglia, nonostante i lineamenti delicati, gli occhi azzurri, i capelli biondi, un’aria di candore, era mia madre”.
Come accertato dagli storici, i rapporti fra i coniugi Mussolini furono sempre a dir poco tesi. Nelle occasioni in cui si vedevano, a pranzo o a cena, oltre alle innumerevoli relazioni extraconiugali Rachele era solita rinfacciargli i comportamenti predatori e criminali della ‘casta’ (fu allora che si cominciò ad usare questo termine) che lui stesso aveva portato al potere. Inoltre la donna non esitava ad esprimere il proprio disprezzo per la corte di gerarchi che invece trattava il marito come un dio sulla terra, definendoli coi vivaci termini della sua terra d'origine, la Romagna: ad esempio l’ex ambasciatore a Londra e poi Guardasigilli, Dino Grandi, era uno ‘spudarc’ (infame), mentre Giuseppe Bottai (che fra l'altro nel corso della sua carriera fu anche ministro dell'Educazione Nazionale) lo considerava un ‘invurnid’ (rimbambito), oltre che viscido e infido (non si sbagliava, visto che entrambi firmarono, il 25 luglio 1943, l'ordine del giorno che pose fine al regime); né maggiore considerazione aveva per suo genero, il conte Galeazzo Ciano, definito ‘zunzlon’ (lo sporcaccione).
Rachele Guidi, vedova Mussolini, dopo la morte avvenuta nel 1979 venne sepolta a Predappio accanto al marito. Chissà, forse stanno battibeccando in dialetto romagnolo ancora adesso.

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