10.8.21

K595

# Ormai sono ottant'anni che si cerca di spiegare com'è stato possibile che il popolo tedesco, di cui è inutile rimarcare il contributo alla civiltà europea in tutti i campi, dall'arte alla scienza alla filosofia, sia rimasto stregato da un soggetto come Adolf Hitler, seguendolo a rotta di collo nella corsa verso l'annientamento.
Si possono citare cause economiche (l'iperinflazione del primo dopoguerra, i debiti colossali della Germania per le riparazioni di guerra, la disoccupazione e perfino la fame che attanagliava gran parte della popolazione) o politiche (le clausole punitive del trattato di Versailles, il rifiuto della Repubblica di Weimar da parte delle classi alte, rimaste monarchiche ed autoritarie, la lotta fratricida fra socialdemocratici e comunisti), ma questo non risolve il mistero se non vi si aggiunge la personalità di Hitler, la devozione fanatica che ispirava ai propri seguaci, il talento istrionico capace di trasportare i partecipanti ai comizi in una sorta di trance mistica, la stessa dalla quale lui stesso si sentiva rapito nonostante le palesi assurdità contenute nei discorsi.
Chi riusciva a sottrarsi a questa fascinazione inconscia lo vedeva per quello che era: un buffo ometto spesso a disagio in società a causa di un perfino troppo evidente senso di inferiorità personale e sociale. Ecco ad esempio come parla di lui Klaus Mann (figlio di Thomas Mann e scrittore lui stesso) dopo averlo incontrato in un ristorante: “Proprio al tavolo accanto: Adolf Hitler, nella più stupida delle compagnie. La sua inferiorità quasi eclatante. Incapace al massimo; il fascino che esercita è la più grande mortificazione della storia; un certo tratto di patologia sessuale non basta a spiegare tutto.”
Un'impressione del tutto analoga ne ricavò il banchiere Eduard Heydt, che descrisse Hitler come “un ometto affabile, il tipo del piccolo impiegato che, mentre gli parli, non ti dà la minima sensazione di una personalità significativa."
L'ambasciatore francese a Berlino, André François-Poncet, era dello stesso parere: “A vederlo da vicino, con calma, rimango colpito, come lo sarò sempre in seguito ogni volta che lo avvicinerò, dalla volgarità dei suoi tratti e dall’insignificanza del suo volto, per quanto mi dica che questa stessa insignificanza lo rende rappresentativo delle masse che lo acclamano e si riconoscono in lui.”
Theodor Duesterberg, il quale prima della presa del potere di Hitler era a capo del partito di ex-combattenti chiamato “Der Stahlhelm” (gli elmetti di ferro), ne parla così: “Questo nuovo cancelliere mi fece l’impressione di un apprendista cameriere che indossa un frac preso in prestito e lavora in un locale di second’ordine. Mi trattenni a fatica dal ridere.”
Nell’estate del '32 Hubert Renfro Knickerbocker, giornalista del New York Evening Post di stanza a Berlino, fornisce questa descrizione: “Hitler è un sottufficiale effeminato dalle inclinazioni omosessuali, ma dotato di un fiuto straordinario per le cose della politica."

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