12.8.14

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# In un post precedente ho parlato dello scontro tra la terza moglie di Augusto, Livia Drusilla, e prima sua figlia, Giulia Maggiore, e poi sua nipote, Giulia Minore, sul tema della successione all'imperatore; ora intendo precisare il mio pensiero.
Le due Giulie non avevano candidati alternativi a Tiberio che potessero aspirare alla successione di Augusto; erano invece vicine agli ambienti della vecchia aristocrazia che propugnavano il ritorno alla Repubblica, e avversavano quindi le pretese dinastiche del nuovo regime, estraneo alla tradizione romana, difese con le unghie e coi denti da Livia perché il potere supremo passasse a suo figlio.
Diventa emblematica a questo punto la disgraziata vicenda della prima Giulia, che accusata di condotta immorale (1), nel 2 a.C. fu esiliata sull'isola di Ventotene, al largo di Gaeta, dove morì (o forse venne uccisa) lo stesso anno della morte di suo padre, il 14 d.C. A rendere interessante, dal punto di vista politico, questo rigurgito di moralismo è il fatto che il principale amante di Giulia, in quel periodo sposata con Tiberio, era Iullo Antonio, figlio del triumviro Marco che aveva conteso ad Ottaviano la supremazia sull'impero; altri nomi di presunti amanti forniti da Velleio Patercolo sono quelli di Quinzio Crispino, Appio Claudio, Sempronio Gracco e Scipione (2). Ora, questa non mi sembra una congrega di scioperati dediti alle orge, ma il fior fiore del patriziato, e quindi una pericolosa fazione che Augusto doveva smantellare per conservare, ed ancor più per trasmettere il proprio potere.
Del resto la sorte di Giulia era forse segnata fin dalla nascita: era infatti figlia di Scribonia, che Ottaviano sposò per calcolo politico, sennonché l'unione risultò disastrosa. La donna era più vecchia di lui, ed aveva alle spalle ben due matrimoni "con uomini di rango consolare" (3); forse guardava dall'alto in basso il giovane capo rivoluzionario, malaticcio e dal futuro quanto meno incerto: come risultato, Ottaviano la ripudiò il giorno stesso della nascita della figlia. Scribonia seguì volontariamente Giulia in esilio, come ci informa Velleio Patercolo, e questo la dice lunga sulle vere ragioni della sua disgrazia.

Note
1. Volendo usare un eufemismo. Dice Velleio Patercolo: Per dissolutezza o libidine, non lasciò nulla di intentato di quanto una donna può fare o subire di turpe; pareggiando anzi l'altezza della sua condizione con la licenza di peccare, pretendeva che fosse lecito tutto ciò che le piacesse (Storia di Roma, II, 100, 3).
Oggi siamo più democratici: qualunque sgallettata nel fatidico quarto d'ora di celebrità si comporta allo stesso modo.
2. Tito Quinzio Crispino Sulpiciano, console nel 9 a.C.; Appio è forse figlio del console del 38 a.C., Appio Claudio Pulcro; gli altri sono ormai persi nella nebbia del tempo. 
3. Svetonio, Divus Augustus, LXII.

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