# Un quesito mi assilla: quale fu mai l'errore, come lui stesso lo definisce (1) che causò la relegazione del poeta Ovidio a Tomi, l'attuale Costanza sulla costa rumena del Mar Nero ?
Una risposta univoca è ormai impossibile, si possono solo avanzare ipotesi più o meno fondate. L'indizio principale lo fornisce la circostanza che nello stesso anno, 8 d.C., Augusto mandò in esilio anche la nipote, Giulia Minore, figlia di sua figlia, Giulia Maggiore (2). La sfortunata principessa venne accusata di condotta immorale, ma probabilmente erano ben altre le ragioni che spinsero l'imperatore a farle seguire la stessa sorte della madre: ragioni politiche aventi a che fare con la traballante stabilità di un governo non contemplato dalla tradizione romana, che aborrì sempre la monarchia, ma le cui pretese dinastiche erano di giorno in giorno più evidenti. Giulia, come sua madre, rimase schiacciata dallo scontro con la terza moglie di Augusto, Livia Drusilla, che tramava per garantire la successione al figlio del suo primo matrimonio, Tiberio (3).
A conferma si può citare il fatto che il marito di Giulia Minore, Lucio Emilio Paullo, venne condannato a morte per aver cospirato contro Augusto, ma di sicuro non poteva essere accusato di adulterio con la moglie, mentre contro il presunto amante, Decimo Giunio Silano, non si prese alcun provvedimento (4). Insomma, la faccenda presenta lati oscuri, a cominciare dal ruolo di un poeta come Ovidio; escluso che fosse implicato in intrighi politici, non era nel suo carattere e poi Augusto lo condannò alla relegazione, e non a morte, resta da chiedersi in che rapporti fosse con la famiglia imperiale, rapporti a quanto pare stretti abbastanza da aver offeso l'imperatore con una parola di troppo, o forse con una di meno, non denunciando comportamenti che poteva aver avuto sotto gli occhi.
Ovidio dice che l'imperatore lo rimproverò di persona (5), e già questo è strano; inoltre lo cacciò da Roma senza un regolare processo, avanzando a pretesto il fatto che fosse l'autore dell'Ars Amatoria, libro non più in riga coll'ipocrita ritorno ai 'mos maiorum' da lui propugnato, ma pubblicato ben 9 anni prima. Il suo risentimento si trasmise al successore, Tiberio, che ignorò sempre le suppliche del disgraziato poeta. Ovidio morì a Tomi nel 17 o 18 d.C.; le sue ceneri rimasero nel luogo dell'esilio, sebbene avesse dato precise disposizioni di riportarle a Roma.
Note
1. Perdiderint cum me duo crimina, carmen et error
Tristia, Libro secondo, 207. Il 'carmen' è ovviamente l'Ars Amatoria.
2. Giulia Minore trascorse i successivi 20 anni sull'isola di Trimero, di fronte alle coste dell'Apulia, dove morì nel 28 d.C. (Tacito, Annali, IV, 71).
3. Com'è noto, Giulia Maggiore era invece figlia della seconda moglie di Augusto, Scribonia.
4. Tacito (Annali, III, 24) dice che "contro di lui non si infierì se non col privarlo dell'amicizia di Cesare, ma egli ben comprese che questo significava per lui l'esilio".
5. Tristia, Libro Secondo, 133-134:
Tristibus invectus verbis, - ita principe dignum -
Ultus es offensas, ut decet, ipse tuas.
Investendomi con crude parole - così era degno di un principe -
tu stesso hai vendicato, come si conviene, le tue offese.
Traduzione di Renato Mazzanti da: Ovidio, Tristia, Grandi Libri Garzanti
Non si può non cogliere un'amara ironia, forse involontaria, visto che l'elegia è destinata proprio ad Augusto. Mi sembra ben poco 'degno di un principe' prendersela con un poeta per distogliere l'opinione pubblica dall'instaurarsi di un regime tirannico, ma forse è proprio quello che hanno sempre fatto i principi di tutti i tempi.
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