27.6.14

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# In Grandi Speranze Charles Dickens è all'altezza dei romanzieri russi dell'Ottocento, o di Stendhal, ed anche se i personaggi risultano sempre un po' troppo pittoreschi, leggere questa sua opera da veramente soddisfazione, la stessa che procura a noi che viviamo nel ventunesimo secolo il vedere il film di un grande autore: in entrambi i casi l'opera d'arte è adeguata allo sviluppo delle forze produttive, direbbe un appassionato di romanzi come Marx, del quale la figlia Eleanor attesta la lettura in comune di Walter Scott, Fielding e Balzac.
Seguendo un approccio materialistico, l'unico che mi si confaccia, mi sono chiesto cosa abbia mutato il punto di vista dell'autore inglese così da trasformare il finale di David Copperfield, pubblicato nel 1850, in quello di Great Expectations, uscito 10 anni dopo. Se nel primo caso alla fine David è un autore di successo, che un'opportuna malattia sbarazza di quella smorfiosa di Dora, col suo insopportabile cagnolino, di modo che possa impalmare Agnes, alla fine di Grandi Speranze invece che un facoltoso gentiluomo Pip è il modesto impiegato di una ditta commerciale, e le possibilità di rivedere Estella sono quanto meno aleatorie, visto che tra l'altro lui lavora nella filiale del Cairo della società, e lei, venduta Villa Satis, chissà dove andrà a finire. 
Può darsi che Dickens con questo finale volesse dire addio alle 'magnifiche sorti e progressive' della sua epoca, senza peraltro comprenderne la ragione più che nei romanzi precedenti avesse afferrato la complessità dialettica sottostante alle vicende che i suoi personaggi attraversano. Del resto il compito dell'arte consiste nel ricordare che un altro mondo è possibile, non nel fornire i mezzi ed i modi per arrivarci: a questo deve pensare la politica, non la letteratura o la filosofia.

I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, si tratta di trasformarlo.

Karl Marx
Tesi su Feuerbach
Undicesima tesi

Ma niente potrà mai sanare il disperato amore di Pip per Estella.


L'uomo dionisiaco assomiglia ad Amleto: entrambi hanno gettato una volta uno sguardo vero nell'essenza delle cose, hanno conosciuto, e provano nausea di fronte all'agire; giacché la loro azione non può mutare nulla nell'essenza eterna delle cose, ed essi sentono come ridicolo o infame che si pretenda da loro che rimettano in sesto il mondo che è fuori dai cardini.

Friedrich Nietzsche
La nascita della tragedia dallo spirito della musica
Paragrafo sesto

The time is out of joint: - O cursed spite,
That ever I was born to set it right !

William Shakespeare
Hamlet, Prince of Denmark
Act I Scene V

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