28.1.14

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# Uno degli aspetti più interessanti del tempo in cui ci troviamo a vivere riguarda, a mio modesto parere, il rapporto tra politica ed economia. Morto e sepolto ogni tipo di programmazione economica, da quella di stampo sovietico all'altra molto più blanda praticata anche in Occidente (1), affidata la politica monetaria a banche centrali continentali, ora ci si occupa soprattutto di materia fiscale e tributaria, con esiti, almeno in Italia, spesso confusi, se non kafkiani.
Insomma, è come se l'azione politico/economica fosse retrocessa ai tempi di Jean-Baptiste Colbert, nel Seicento; l'unica differenza è che invece di avere come base l'agricoltura, la moderna fisiocrazia preleva le sue risorse dall'intero sistema economico. Il pensiero degli economisti classici, di Marx, di Keynes, ma anche dei loro avversari liberisti, von Hayek o Schumpeter, e ultraliberisti come Milton Friedman è stato rimosso; si spiega quindi l'assenza di qualunque politica industriale degna di questo nome, in attesa che l'invocata 'ripresa' sia sputata fuori dalle fauci caotiche del famigerato 'mercato'.
Nel frattempo il capitalismo riproduce sé stesso, ma ha bisogno di sempre meno forza lavoro per farlo. Ora quello che Marx chiama plusvalore lo producono le macchine, eppure siamo solo all'inizio di una nuova rivoluzione industriale, di cui non si intravedono che i contorni.

Nota
1. In Italia c'era perfino un apposito ministero, ma non si è mai capito cosa facesse, a parte fomentare l'avanspettacolo: erano davvero esilaranti le liti fra i titolari dei vari dicasteri economici, che passavano il loro tempo ad insultarsi a mezzo stampa.

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